giovedì 7 dicembre 2017

La morte: come e perché affrontare questo argomento con i bambini



La morte è uno degli argomenti più difficili da trattare con i bambini.
Si teme che non capiranno, che soffriranno, e spesso si preferisce tacere o nascondere.
Il problema è che, seppur nel desiderio di tutelarli, si rischia di peggiorare la situazione non fornendo spiegazioni.

La perdita di una persona cara crea comprensibilmente dolore e tristezza, e sebbene si tenti di dissimularle, è certo che un bambino, vista la forte ricettività emotiva che caratterizza l'infanzia, si accorgerà comunque che qualcosa non va.

lunedì 4 dicembre 2017

La violenza psicologica




Lei è appena uscita da una storia che l'ha fatta a pezzi.
Ora sta cercando di rimettere insieme i cocci.
È l'anima che si è frantumata un po' alla volta, smantellata da quello che le sembrava amore.
Ora sa che non lo era.
Ora sa che non ti ama chi ti fa vergognare di te stessa.
Non ti ama chi ti svilisce e ti mortifica.
Non ti ama chi ti rende insicura e impaurita.
Non ti ama chi ti umilia.
Non ti ama chi ti vuole sottomettere.
Non ti ama chi ti dice che non vali nulla.
Non ti ama chi ti dice di tollerarti nonostante la brutta persona che sei e che per questo dovresti essergli grata.
Non ti ama chi ti dice di amarti e ti ostacola nell'amare te stessa.

Le parole possono essere spade che trafiggono o piccole gocce di veleno che un po' alla volta ti annientano.
Le parole possono essere veicolo di violenza, una violenza subdola che  non lascia lividi sul corpo, una violenza che viene camuffata, ritrattata, giustificata, ridimensionata, minimizzata.
Lei l'ha accettata per anni, per anni ha creduto a quelle parole, smettendo un po' alla volta di credere in se stessa e sentendosi sempre più sbagliata.

Poi è arrivata la violenza fisica, quella eclatante e inequivocabile, quella fatta di spinte e di schiaffi.
La violenza fisica lo ha smascherato, mostrandolo in tutta la sua meschinità.
La violenza fisica le ha fatto aprire gli occhi e lei ha trovato la forza di abbandonarlo.
Ora vuole rimettere insieme se stessa.
Ce la farà.
Ce la farà perché quando ha sentito di toccare il fondo ha saputo dire basta.
Ce la farà perché è più forte di quanto lei stessa non creda.
Ce la farà perché ha capito che se tutto questo è successo è perché anche lei lo ha permesso.
La sua non è una ammissione di colpa ma una presa di responsabilità.
Riconosce la sua parte di responsabilità e si dà potere: il potere di tornare a credere in se stessa, il potere di amarsi e di fare in modo che tutto ciò non accada mai più.

Lei ce l'ha fatta.
E auguro a ogni donna di farcela.
Di farcela ancora prima di arrivare alla violenza fisica.
Di dire no alla violenza psicologica, che ti logora un po' alla volta ma inesorabilmente, che ti sbriciola l'anima a piccole dosi, che ti confonde, ti svilisce, ti annulla.

Auguro ad ogni donna vittima di violenza di trovare la forza e il coraggio di ribellarsi, di dire basta, di riappropriarsi di se stessa e di riprendersi in mano l'esistenza.

(In ricordo di una donna che mi ha fatto l'onore di condividere con me un suo pezzo di vita)

I bambini: Maestri di vita



Prologo
Mio figlio, 10 anni, una passione smodata per i Lego, decide di partecipare  ad una gara per piccoli costruttori, convinto di vincere.
Noi, genitori previdenti e disincantati, pensiamo di “preparalo” per rendere l'eventuale delusione meno amara. Gli diciamo:
- Non sempre si può vincere
- ma se non vinco che gusto c'è?
- L'importante è divertirsi
- io mi diverto se vinco
- Sarete in molti
- ma la mia costruzione è bella
… e avanti così.
Finché, al nostro ennesimo avvertimento, lui ci dice:
- smettetela di infrangere i miei sogni infantili!
Testuali parole. Il messaggio è chiaro.
Fine dei nostri interventi di ridimensionamento.

Giorno della gara
Mio figlio vuole vestirsi di tutto punto, con tanto di camicia e papillon.
Vuole farsi bello per quando salirà sul palco a ritirare il premio.
Lo lascio fare, con un'immensa tenerezza nei suoi confronti: non sono certa quanto lui che vincerà (anzi!) e mi si scioglie il cuore di fronte a tanta spensieratezza e ingenua convinzione.

Epilogo
Mio figlio vince classificandosi tra i primi tre.
La sera lo metto a letto. Con la massima serenità mi dice:
- Coglioni
- cosa?
- Siete due coglioni
- perché?
- Mi avete smontato. Mi avete impaurito
- impaurito?
- Sì, cominciavo ad avere paura che non avrei vinto. Oggi ero agitato perché pensavo: non vincerò mai, non vincerò mai!
- e se non vincevi che succedeva?
- Niente
- davvero?
- Un po' mi dispiaceva, però la mia Fabrika è bella perciò erano loro che avevano sbagliato.



È bastato questo breve scambio (che si è concluso con il mio doveroso silenzio) per farmi capire tante cose.

Il nostro “non sempre si può vincere” è stato da lui tradotto in “non vincerai”: essenziali i bambini, vanno al nocciolo della questione e al di là della forma.

Volevamo tutelarlo, ma di fatto lo abbiamo indotto a preoccuparsi, agitarsi e a dubitare di se stesso: difficile per i bambini credere in loro stessi se non sentono l'appoggio dei genitori.

Se avesse perso si sarebbe ovviamente dispiaciuto; la sua delusione sarebbe stata meno intensa perché lo avevamo preparato? Col senno del poi ne dubito: il dispiacere non si può quantificare.

Se avesse perso avrebbe continuato a pensare che la sua Fabrika, la sua creazione, era ben fatta, al di là dell'idea dei giudici: una sana dose di autostima che non si lascia abbattere dal giudizio esterno. Insomma, le sue costruzioni sono belle, punto.
Lineare e semplice come sa esserlo il pensiero di ogni bambino.

Ben più articolato, intricato, incasinato è lo stile di pensiero degli adulti.
Noi ci fasciamo la testa prima del dovuto,
voliamo basso per paura della caduta,
ci ridimensioniamo in virtù di un possibile fallimento,
così da non farci cogliere impreparati dalle sconfitte della vita.
Lo facciamo per non dispiacerci troppo, o almeno questo ci raccontiamo.
La verità è che se qualcosa ci sta a cuore ci dispiace comunque, nonostante i “preparativi”.
E se non ci dispiace è solo perché non ci interessava poi tanto.

Ma intanto camminiamo verso la meta con l'idea che qualcosa potrebbe andare storto (per insicurezza, pessimismo, scaramanzia, perché “chi si loda si sbroda”, “vola basso che è meglio”, “chi ti credi di essere?”...), e non riusciamo a dedicarci a ciò che ci interessa con entusiasmo, grinta e convinzione, dandoci per potenziali sconfitti già in partenza.
Investiamo in noi stessi ma a piccole dosi, senza crederci troppo, cautamente.

Ci comportiamo come se stessimo viaggiando a bordo di un'auto con poco carburante: ci diamo al risparmio energetico per paura di restare a secco, quando basterebbe fare un bel pieno di benzina-ottimismo-fiducia-in-noi-stessi  per correre veloci tanto quanto è nelle nostre possibilità.

I bambini, loro sì che sanno correre veloci.
E sanno farlo con gioia e spensieratezza.
Corrono senza preoccuparsi di ciò che verrà.
Corrono per il piacere di correre.
Prima o poi si imbatteranno in un ostacolo che arresterà la loro corsa.
Non sarà piacevole, protesteranno, si arrabbieranno, magari piangeranno.
Ma il bello dell'infanzia è che ogni cosa, bella o brutta che sia, dura un attimo.
Poi arriva l'attimo successivo, e la corsa riprende.

Impariamo a correre come loro.
Impariamo da loro.





giovedì 23 novembre 2017

NON GIUDICARE



Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che mi rafforza continuamente nella capacità di non giudicare.
Essere partecipe delle vite delle persone, accoglierle ascoltando le loro esperienze, i vissuti, i dolori, le fragilità e le paure, non può che ricordarmi ogni volta e la volta dopo ancora che ogni scelta, ogni “errore”, ha una sua storia e porta conseguenze di cui si paga lo scotto.

Sospendere il giudizio diventa allora una forma mentis inevitabile.

Perché ognuno vede il mondo, gli altri e se stesso attraverso i suoi occhi.
Perché gli occhi sono tutti diversi tra loro e colgono aspetti diversi della realtà.
Perché parte della realtà di ognuno è un'eredità antica che non si è avuto modo di scegliere.
Perché parte della realtà di ognuno è legata ad avvenimenti recenti che non si è potuto scegliere.
Perché la realtà di ognuno è unica e irripetibile, e talvolta può essere estremamente dolorosa.


Posso non condividere alcune scelte, ma so che sono la minima parte di una realtà vasta, articolata e complessa che non ho vissuto, che non posso comprendere, che non ho il diritto di giudicare.
Non ce l'ho io, né come professionista né come persona.
Non ce l'ha nessuno, o almeno nessuno dovrebbe averlo.

mercoledì 15 novembre 2017

Pillole di A.T. - Gli Stati dell'Io





Sono in macchina e sto guidando.
Guardo la strada, sono rilassato e al contempo attento e concentrato sulla guida: penso, sento e agisco in modo coerente con la situazione in atto.
Sono nello Stato dell'Io Adulto.

Ad un incrocio una donna al volante dell'auto non mi dà la precedenza. Freno bruscamente per evitare lo scontro. Un attimo dopo mi arrabbio e con tono critico comincio ad inveire contro le donne, che sono tutte distratte, imbranate e incapaci di guidare come si deve. Sto dando voce ad una serie di pregiudizi che più volte ho ascoltato da bambino dai miei genitori, probabilmente da mio padre in particolare: sento, penso e mi comporto come ho visto/sentito fare dai lui durante la mia infanzia.
Sono nello Stato dell'Io Genitore.

Guardo l'ora e mi accorgo che è tardi, mi sento molto preoccupato all'idea che il mio superiore si arrabbierà con me e mi dirà che sono inaffidabile: sento, penso e mi comporto come facevo da bambino quando mi capitava di fare tardi e qualcuno mi sgridava per questo.
Sono nello Stato dell'Io Bambino.

Nell'arco di poco tempo la mia energia psichica ed emozionale si è spostata da uno Stato dell'Io all'altro, condizionando il mio comportamento e il mio modo di percepire la situazione attuale.
Questo avviene continuamente ogni giorno.

Gli Stati dell'Io sono “un insieme coerente di pensieri, sentimenti ed esperienze direttamente correlate ad un insieme coerente di modelli di comportamento”; Eric Berne, fondatore e padre dell'Analisi Transazionale, li ha raggruppati in tre grossi insiemi chiaramente distinti e osservabili:
lo Stato dell'Io Genitore (G)
lo Stato dell'Io Adulto (A)
lo Stato dell'Io Bambino (B)

Di per sé ogni Stato dell'Io è funzionale alla persona: il Genitore con le sue regole e i suoi insegnamenti dà direzione e sa essere protettivo, l'A analizza la situazione in tempo reale, il B sa quando è bene adattarsi al contesto e sa anche essere libero e spontaneo all'occorrenza.

I problemi subentrano quando:
- la persona funziona esclusivamente con uno o due Stati dell'Io ed energizza solo raramente il terzo, ad esempio si dedica molto al lavoro e non si ritaglia tempo per hobby e svaghi né è capace di godere spontaneamente dei momenti di divertimento (esclusione del B)
- la persona utilizza informazioni non corrette come dati di realtà, ovvero il suo A prende per buoni i dati provenienti dal G o dal B sebbene non siano coerenti con la situazione attuale, ad esempio a fronte di un piccolo errore va nel panico, si sente un incapace e si attende conseguenze catastrofiche (contaminazione dell'A da parte del B).

L'ideale è saper agire nel presente in modo appropriato ed efficace, integrando nell'A sia gli insegnamenti introiettati nel nostro G sia le esperienze vissute e contenute nel nostro B.

Questo è uno degli aspetti principali di cui si occupa l'analista transazionale.

lunedì 6 novembre 2017

Quando si diventa artefici della propria insoddisfazione



Voglio la mela che sta in cima all'albero.
La desidero così tanto che ho occhi solo per lei.
Non mi accorgo che ci sono decine di mele a portata di mano.
Così resto affamato e insoddisfatto.

L'albero di mele è un'immagine semplice ed immediata che uso spesso in terapia.
Essa permette alle persone di comprendere in che modo trattano loro stesse e come creano da sole le premesse per sentirsi insoddisfatte.

La mela posta così in alto da essere irraggiungibile può essere una promozione sul lavoro, l'incontro con il partner ideale, la casa dei propri sogni; al di là del contenuto, è rilevante il fatto che alcune persone sono così concentrate sull'assenza di ciò che desiderano che perdono di vista quanto già hanno, sono così tese verso un'immagine ideale di sé da non riuscire ad apprezzarsi per come sono.

Premesso che porsi degli obiettivo da raggiungere è certo un modo per progredire e stimola la crescita personale, è tuttavia importante comprendere che concentrando l'attenzione solo su ciò che manca, su ciò che non si riesce a raggiungere, si pongono le basi per il malessere esistenziale.

Occorre allora spaziare con lo sguardo e cominciare a vedere, riconoscere e soprattutto APPREZZARE, le mele che sono già lì, a portata di mano, pronte ad essere colte, gustate e mangiate.
Qualunque obiettivo tu voglia raggiungere, quante sfide hai già superato?
Quante persone ti sono già accanto e ti mostrano il loro affetto?
Quante capacità e doni già possiedi?
Quante ragioni hai già per sentirti contento di te?

Sono queste e molte altre le mele da assaporare ogni giorno, così da “riempirsi la pancia” di amor proprio e fiducia in se stessi.

Quando ti senti sazio, quando senti che vai bene così come sei, la mela in cima all'albero, l'obiettivo da raggiungere, può finalmente trasformarsi in ciò che dovrebbe semplicemente essere: una meta che dà una direzione, una spinta a progredire... null'altro.

E allora potrai dire:

Voglio la mela che sta in cima all'albero.
Intanto mi godo le decine di mele che ho a portata di mano.
Così sono sazio e soddisfatto.
Non devo aspettare di raggiungere quell'unica mela per sentirmi bene.
Sono sazio e soddisfatto  già ora.

Finalmente hai quello che desideravi eppure non sei felice... come mai?




Tornando all'immagine della mela che sta in cima all'albero, può accadere che una volta raggiunta non risulti appagante e gustosa come credevi.


A volte dipende dal fatto che ciò che desideravi era in realtà il frutto del desiderio altrui. Succede allora che dopo sforzi immani raggiungi la mela più alta e inaccessibile dell'albero, quella che per anni ti hanno indicato come la più buona e gustosa, e quando ce l'hai in mano... non sai che fartene! Gli altri sono felici per te, ma tu non ci riesci: più la guardi, più ti sembra una mela come tante altre, eccetto il fatto che ti è costata sforzi e fatica di cui ora non ti ripaga.
Ecco perché è bene interrogarsi sulle ragioni per cui si desidera “una mela”, e se non appartengono a noi stessi... può valer la pena rimandarla al mittente.





In alcuni casi a rendere la mela speciale è essenzialmente il suo essere irraggiungibile. Te ne rendi conto perché, una volta ottenuta, non ti dai nemmeno il tempo di assaggiarla, tanto meno di gustarla con calma, che subito dirigi lo sguardo verso un'altra mela in cima ad un altro albero ancora più alto del primo. Insomma, la tua vita è un saltare frenetico da una cima all'altra, è una continua e incessante scalata verso quella felicità che tante volte hai tenuto in mano senza nemmeno riconoscerla.
Ecco perché è bene imparare a fermarsi, accoccolarsi sulla cima dell'albero, godersi la gioia appagante del desiderio soddisfatto, e solo allora cominciare a guardarsi intorno... se ne vale la pena! Anche “mettere radici” può essere un'esperienza inebriante.





Può invece capitare che la mela che desideri non riesci proprio a raggiungerla.
Sebbene la desideri, è al di là delle tue possibilità... capita!
Se subisco un grave infortunio, nonostante il mio talento atletico non posso aspirare alle Olimpiadi, non dipende da me ma è un dato di fatto. 
Ecco perché è bene porsi obiettivi che siano realistici e realizzabili, che tengano conto delle proprie capacità ma anche dei propri limiti oggettivi; non si tratta di accontentarsi, ma piuttosto di apprezzarsi e stimarsi per come si è, limiti inclusi.

Oppure, posso scegliere di non accettare ciò che è e di vivere nel rimpianto di ciò che poteva essere e non sarà mai... una mela avvelenata, in nome della quale lamentarmi, vittimizzarmi, addolorarmi giorno per giorno.
Ecco perché è bene ricordare che ognuno è artefice della propria felicità e anche della propria sofferenza.
Ma essendo ognuno artefice di se stesso, può scegliere in qualsiasi momento di staccarsi da quell'albero, congedarsi dalla mela e intraprendere una strada nuova.



giovedì 5 ottobre 2017

Le dipendenze: conoscerle per superarle






Che alcune sostanze come droghe, sigarette, alcool, caffè possano indurre una dipendenza è ben risaputo.

Tuttavia, anche alcuni comportamenti apparentemente innocui possono innescare delle dipendenze, spesso al di là della propria consapevolezza; tra questi: guardare la TV, giocare al computer, mangiare.

Il più delle volte, la loro connotazione compulsiva non viene riconosciuta, e ci si inganna con pensieri del tipo “che male c'è? Lo fanno tutti”, “voglio solo rilassarmi”, “mi aiuta a stare bene”.

È quindi utile, al fine di riuscire ad inquadrare un comportamento come legato ad una compulsione, conoscere il meccanismo che caratterizza la dipendenza, che può essere così sintetizzato:

  1. di fronte ad un dolore o più semplicemente ad un disagio, attuo un comportamento volto a sfuggire la fonte del disagio stesso e a ripristinare uno stato di benessere, ad esempio mangiare, oppure “staccare” con la mente tenendola impegnata in attività tipo guardare la TV o giocare con il tablet;
  2. lo stato di benessere così raggiunto è però fittizio e poco durevole e il senso di disagio torna in breve tempo;
  3. inoltre, dal momento che intimamente so che il comportamento dipendente mi arreca danno, ogni volta che lo metto in atto finisco poi col sentirmi male, sperimentando sentimenti di colpa, o vergogna, o senso di inefficacia o di mancanza di auto-controllo;
  4. questo senso di inadeguatezza legato al comportamento compulsivo provoca ulteriore disagio, che va a sommarsi al disagio iniziale, e che cerco di superare rimettendo in atto lo stesso comportamento compulsivo... si crea così un circolo vizioso continuo.

Come uscirne?

Il primo passo per spezzare questo circolo vizioso è riconoscerlo e diventarne consapevoli.

È quindi necessario essere presenti a se stessi ed onesti nel riconoscere la compulsività di alcuni comportamenti: va da sé che per risolvere un problema è prima necessario ammetterne l'esistenza.

Occorre poi tenere presente che alcune dipendenze sono difficili da fronteggiare, quindi sebbene la motivazione al cambiamento e alla risoluzione del problema sia il passo successivo, è importante non demoralizzarsi di fronte alle difficoltà che si possono incontrare: un atteggiamento eccessivamente esigente e denigrante rischia di innescare ulteriore disagio e di rafforzare, anziché indebolire, il circolo vizioso della compulsività.

Infine, è stato sottolineato che alla base del comportamento dipendente c'è sempre disagio o sofferenza.

È quindi importante non restare ancorati alla superficie ma risalire a quanto c'è sotto: per usare un'immagine ben nota, il comportamento dipendente è solo la punta dell'iceberg, la parte emergente e visibile di una problematica che ha radici più profonde, che crea sofferenza e di cui la persona potrebbe non essere del tutto cosciente o alla quale cerca di “sfuggire” rifugiandosi nei comportamenti dipendenti.

Laddove si riconosca una difficoltà a risalire al disagio sottostante o a gestirlo in modi funzionali ed efficaci, può essere utile un percorso psicologico volto a intervenire direttamente sul problema che sta alla base della dipendenza comportamentale.

LA FELICITA' E' UN VIAGGIO








Ricordatevi che il tempo non aspetta nessuno.
Allora smettete di aspettare di finire la scuola, di tornare a scuola, di perdere cinque chili, di prendere cinque chili, di avere dei figli, di vederli andare via di casa.
Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di sposarvi, di divorziare.
Smettete di aspettare il venerdì sera, la domenica mattina, di avere una nuova macchina o una casa nuova.
Decidete che non c'è un tempo migliore per essere felici che il momento presente.
La felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio.
Lavorate, come se non aveste bisogno di soldi.
Amate, come se non doveste mai soffrire.
Ballate, come se nessuno vi guardasse.
(D. Ikeda)

L'ELEFANTE INCATENATO di Jorge Bucay







Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali.
Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini.

Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune.
Ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.

Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri.
E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?

Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi.
Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante.
Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato.
Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”.
Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.

Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:
l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto.
Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi.
Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora…

Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare.

Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.

E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.

E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…

Persecutore, Salvatore, Vittima... quale ruolo assumi più spesso?




Capita spesso nei rapporti con gli altri di “giocare” dei ruoli, come fossimo tutti attori di una grande rappresentazione teatrale in cui ognuno interpreta la sua parte.
S. Karpman ha ideato un mezzo per analizzare i giochi: il Triangolo Drammatico, uno schema che illustra come le persone possono adottare e spostarsi tra uno qualsiasi di tre ruoli: il ruolo di Persecutore, quello di Salvatore e il ruolo di Vittima.

Pur trattandosi di uno schema dalle implicazioni piuttosto complesse, cercherò di semplificarlo per renderlo di chiara e semplice lettura.

Un Persecutore è una persona che ha un'alta opinione di sé (almeno in apparenza!) e al contempo svaluta gli altri, che considera inferiori e con cui tende ad essere ipercritico e denigrante; spesso li dirige dicendo loro cosa fare ma lo fa assumendo un atteggiamento supponente, sarcastico, esprimendo giudizi forti e taglienti, talvolta brutali. Può essere il caso di un superiore che non perde occasione per svilire i propri dipendenti, di un genitore che critica continuamente il figlio, di un partner che tratta male l'altro assumendo una posizione svalutante e schiacciante.

Una Vittima tende appunto a vittimizzarsi e ad adattarsi a situazioni penose che le procurano disagio e sofferenza per poi lamentarsi del fatto che gli altri sono la fonte del suo malessere; spesso finge di non essere forte (o può inconsapevolmente negare la propria forza, non riconoscendola) per cui,  ponendosi in una posizione di inferiorità, preferisce delegare gli altri ed evitare di assumersi responsabilità all'interno del rapporto (“dimmi tu che devo fare”).
Una Vittima si imbatte per lo più in un Salvatore, un individuo che ritiene in grado di sostenerla emotivamente e di decidere al posto suo; a volte capita invece che instauri rapporti con un Persecutore, che la conferma nelle sue incompetenze e fragilità.

Un Salvatore si prodiga per gli altri, è di aiuto e di sostegno ma... non è tutto oro quello che brilla! Infatti, come il Persecutore, anche il Salvatore considera gli altri incapaci e inferiori, solo che reagisce offrendo loro aiuto da una posizione di superiorità.
È questo il suo “lato oscuro”: un Salvatore rafforza nell'altro la sua percezione di essere incapace, mantenendolo in una posizione “down” (di inferiorità) e mantenendosi in una posizione “up” (di superiorità); questo gli permette di avere una buona immagine di sé (a dispetto del suo reale sentire) e  di  aspettarsi, addirittura pretendere, crediti di riconoscenza.

Tipicamente il Salvatore offre il suo aiuto senza che ciò venga richiesto, e può risultare invadente e soffocante; agisce in questo modo in parte perché disconosce le competenze dell'altro, ma anche per  rendersi necessario e indispensabile: ciò a cui ambisce è di assicurarsi la stima e l'ammirazione altrui.
Ad esempio, un marito che sopporta pazientemente le insicurezze della moglie e, senza neanche consultarla, si sostituisce a lei andando a fare la spesa al posto suo, sembra esserle di aiuto e di supporto ma di fatto la sta rafforzando nell'idea che è fragile e incapace, non favorisce la sua crescita e autonomia e sta ponendo le basi per un rapporto di tipo dipendente in cui lui assume il ruolo dell'elemento forte e trainante all'interno della coppia.

È la SVALUTAZIONE l'aspetto che caratterizza il Triangolo Drammatico: c'è sempre qualcuno che svaluta l'altro o se stesso.
Un'altra caratteristica  è che i ruoli non sono fissi e benché ci possa essere in ognuno la tendenza ad assumerne più frequentemente uno piuttosto che un altro, nel corso dell'interazione i ruoli cambiano.

Torniamo all'esempio del marito che si dà tanto da fare per la moglie: lei continuerà a percepirsi bisognosa di sostegno e dipendente dal marito, lui potrà continuare a bearsi della sua adorazione e a  percepirsi forte, importante e indispensabile ... fino al giorno in cui la moglie comincerà ad accusare il marito di non essere sufficientemente comprensivo e presente (aumentando la posta in gioco con un'escalation di richieste), oppure lo accuserà di avere fatto scelte sbagliate al posto suo e di cui ora lei paga le conseguenze.
La moglie si è quindi spostata nel ruolo di Persecutore e questo stimola nel marito una cattiva percezione di se stesso: a quel punto sentirà  che, per quanto si sforzi, non è degno di essere amato e apprezzato; dal ruolo di Salvatore passa a quello di Vittima.

Poiché il primo passo in ogni processo di cambiamento è la consapevolezza, un modo per uscire dalle dinamiche del Triangolo Drammatico è innanzitutto riconoscerle, occorre cioè rendersi conto di quando, nelle relazioni, si sta interpretando un ruolo.

Ti è mai capitato di dirti: “Com'è possibile? Mi è successo ancora!! Mi sono nuovamente imbattuto nella stessa situazione”?
Se sì, se noti che nella tua vita si ripetono sequenze relazionali simili tra loro e che sfuggono al tuo controllo, con ogni probabilità si tratta di “giochi”.

Quelli familiari (tra partners o tra genitori e figli) sono molto frequenti e pur procurando emozioni  spiacevoli, che di solito si accompagnano alla sensazione di non essere compresi o apprezzati o al dispiacere e al senso di colpa per avere ferito l'altro, generalmente non compromettono in modo irrimediabile la relazione.
Spesso rappresentano una sorta di canovaccio che rende la relazione conosciuta e ben nota, come a dire “tutto continua ad andare come è sempre andato e, seppur tra alti e bassi, so già come andrà a finire”, quindi sebbene possa sembrare strano, in questo senso i giochi possono essere vissuti come rassicuranti perché fanno sì che la relazione sia prevedibile.
Questo è uno dei molti motivi per cui si continua a giocare nonostante ciò procuri spesso malessere.

Altre volte, tuttavia, i giochi possono diventare causa di forti tensioni e di continui conflitti, soprattutto se si accompagnano ad un'emotività intensa e crescente; in questo caso è bene attivarsi per  superarli: occorre analizzarli, comprenderne le dinamiche e cominciare ad interrogarsi sui motivi che sottostanno all'assunzione dei vari ruoli, che affondano sempre le loro radici nella storia evolutiva della persona (nel suo copione di vita).

L'ideale è arrivare a stabilire relazioni alla pari, in cui ogni individuo riconosce le competenze e le abilità proprie e dell'altro.
In Analisi Transazionali usiamo l'espressione IO SONO OK / TU SEI OK, vale a dire: io vado bene e mi amo così come sono e tu vai bene e sei amabile così come sei.

A scanso di equivoci una nota finale è d'obbligo: qui faccio riferimento ai RUOLI che si assumono durante i giochi relazionali, che sono per definizione inautentici perché basati su preconcetti circa se stessi e gli altri (rientrano cioè nelle decisioni di copione) e non sono legati al qui-e-ora.
Tutto ciò non va confuso con le situazioni  reali, cioè con persone autenticamente persecutorie -come il truffatore che inganna consapevolmente-, o persone realmente vittime di soprusi e ingiustizie, o individui che con genuino interesse per gli altri, vissuti alla pari, offrono il loro soccorso e aiuto.

A chi fosse interessato al concetto di gioco così come è inteso in Analisi Transazionale, suggerisco la lettura del libro “A che gioco giochiamo” di Eric Berne.

Le regole, un dono prezioso per i propri figli







Ogni genitore vorrebbe la gioia e felicità dei propri figli, ed è certo più facile ed agevole accontentarli piuttosto che porre delle limitazioni.

Ma sono le regole, i no, le piccole frustrazioni di tutti i giorni che aiutano i bambini a crescere e a rafforzarsi.

Si possono immaginare le regole come degli argini che delimitano un sentiero, oltre il quale è bene non andare e che offre una direzione.

Tracciando questo sentiero, si permette ai bambini di potersi muovere in sicurezza e tranquillità, sentendosi protetti, seguiti, visti e amati.

Offrire ai propri figli amorevole fermezza, regole alla loro portata e frustrazioni adeguate alla loro età è un dono prezioso; di certo sul momento protesteranno, ma sperimentando la regolazione genitoriale in un contesto amorevole e accogliente come la famiglia, i bambini impareranno gradualmente ad auto-regolarsi e a gestirsi efficacemente anche all'esterno, percependosi forti e capaci.

Perché è spesso tanto difficile capire gli altri e sentirsi capiti?




Immagina due persone sedute una di fronte all'altra.

In base alla propria storia di vita e alle loro esperienze, ognuna sceglie una posizione comoda per  sedersi.
C'è chi preferisce mettersi per terra sopra un morbido cuscino, chi invece si sente a suo agio sopra un alto sgabello.

Tra le due persone è posizionato un grosso cilindro ed entrambi lo guardano e lo descrivono dal loro punto di vista.
Chi è seduto a terra, vede e descrive un rettangolo.
Chi è seduto in alto, vede e descrive un cerchio.

Le due descrizioni non collimano, eppure ognuno è convinto di essere nel giusto e non molla la presa; si finisce con il litigare, sentendosi non capiti e incapaci di capire l'altro.

Chi ha ragione? Entrambi.
Il cilindro è infatti una figura tridimensionale, ma se la si guarda da una sola prospettiva appare come un rettangolo (visuale frontale) o come un cerchio (visuale dall'alto).

Il problema è che in genere le persone sono abbarbicate sul loro personale punto di vista, in cui credono fermamente perché è proprio ciò che vedono; insomma: si litiga in buona fede, volendo difendere la propria visione del mondo, e desiderando che l'altro la condivida.
Ma come può condividerla chi è altrettanto convinto di ciò che vede?
Se, per quanto mi sforzi, vedo solo e soltanto un cerchio, come posso dirti “già, è proprio un rettangolo”, che con il cerchio che ho davanti non c'azzecca nulla?
Non è che ce l'ho con te, è che davvero un cerchio è un cerchio, e il tuo rettangolo non lo vedo proprio!
Anzi, comincio a chiedermi com'è possibile che tu non veda il mio cerchio, e oltre a non capirti mi sento non capito.

Come uscirne? Assumendo il punto di vista dell'altro, guardando il mondo dalla sua prospettiva.

Certo, può non essere facile: significa lasciare andare e allontanarsi dalla posizione a cui si è abituati da tanto tempo, una posizione sicura e confortevole, costruita negli anni e perciò nota e rassicurante.
Ma facendo questo sforzo, si può scoprire che oltre al cerchio c'è davvero un rettangolo (perciò l'altro non aveva poi tutti i torti), e muovendosi intorno alla figura ci si accorge che c'è addirittura di più: un cilindro, che sarebbe stato impossibile vedere stando fermi al proprio posto.

In definitiva, sapersi spostare, decentrarsi e assumere il punto di vista degli altri, ci dona una visione del mondo più ricca e articolata, meno approssimativa e soggettiva, permette addirittura di passare dalle figure piane alla dimensione tridimensionale.

E tutto ciò, oltre a migliorare i rapporti interpersonali, diventa fonte di crescita e di arricchimento personali.