giovedì 7 dicembre 2017

La morte: come e perché affrontare questo argomento con i bambini



La morte è uno degli argomenti più difficili da trattare con i bambini.
Si teme che non capiranno, che soffriranno, e spesso si preferisce tacere o nascondere.
Il problema è che, seppur nel desiderio di tutelarli, si rischia di peggiorare la situazione non fornendo spiegazioni.

La perdita di una persona cara crea comprensibilmente dolore e tristezza, e sebbene si tenti di dissimularle, è certo che un bambino, vista la forte ricettività emotiva che caratterizza l'infanzia, si accorgerà comunque che qualcosa non va.

lunedì 4 dicembre 2017

La violenza psicologica




Lei è appena uscita da una storia che l'ha fatta a pezzi.
Ora sta cercando di rimettere insieme i cocci.
È l'anima che si è frantumata un po' alla volta, smantellata da quello che le sembrava amore.
Ora sa che non lo era.
Ora sa che non ti ama chi ti fa vergognare di te stessa.
Non ti ama chi ti svilisce e ti mortifica.
Non ti ama chi ti rende insicura e impaurita.
Non ti ama chi ti umilia.
Non ti ama chi ti vuole sottomettere.
Non ti ama chi ti dice che non vali nulla.
Non ti ama chi ti dice di tollerarti nonostante la brutta persona che sei e che per questo dovresti essergli grata.
Non ti ama chi ti dice di amarti e ti ostacola nell'amare te stessa.

Le parole possono essere spade che trafiggono o piccole gocce di veleno che un po' alla volta ti annientano.
Le parole possono essere veicolo di violenza, una violenza subdola che  non lascia lividi sul corpo, una violenza che viene camuffata, ritrattata, giustificata, ridimensionata, minimizzata.
Lei l'ha accettata per anni, per anni ha creduto a quelle parole, smettendo un po' alla volta di credere in se stessa e sentendosi sempre più sbagliata.

Poi è arrivata la violenza fisica, quella eclatante e inequivocabile, quella fatta di spinte e di schiaffi.
La violenza fisica lo ha smascherato, mostrandolo in tutta la sua meschinità.
La violenza fisica le ha fatto aprire gli occhi e lei ha trovato la forza di abbandonarlo.
Ora vuole rimettere insieme se stessa.
Ce la farà.
Ce la farà perché quando ha sentito di toccare il fondo ha saputo dire basta.
Ce la farà perché è più forte di quanto lei stessa non creda.
Ce la farà perché ha capito che se tutto questo è successo è perché anche lei lo ha permesso.
La sua non è una ammissione di colpa ma una presa di responsabilità.
Riconosce la sua parte di responsabilità e si dà potere: il potere di tornare a credere in se stessa, il potere di amarsi e di fare in modo che tutto ciò non accada mai più.

Lei ce l'ha fatta.
E auguro a ogni donna di farcela.
Di farcela ancora prima di arrivare alla violenza fisica.
Di dire no alla violenza psicologica, che ti logora un po' alla volta ma inesorabilmente, che ti sbriciola l'anima a piccole dosi, che ti confonde, ti svilisce, ti annulla.

Auguro ad ogni donna vittima di violenza di trovare la forza e il coraggio di ribellarsi, di dire basta, di riappropriarsi di se stessa e di riprendersi in mano l'esistenza.

(In ricordo di una donna che mi ha fatto l'onore di condividere con me un suo pezzo di vita)

I bambini: Maestri di vita



Prologo
Mio figlio, 10 anni, una passione smodata per i Lego, decide di partecipare  ad una gara per piccoli costruttori, convinto di vincere.
Noi, genitori previdenti e disincantati, pensiamo di “preparalo” per rendere l'eventuale delusione meno amara. Gli diciamo:
- Non sempre si può vincere
- ma se non vinco che gusto c'è?
- L'importante è divertirsi
- io mi diverto se vinco
- Sarete in molti
- ma la mia costruzione è bella
… e avanti così.
Finché, al nostro ennesimo avvertimento, lui ci dice:
- smettetela di infrangere i miei sogni infantili!
Testuali parole. Il messaggio è chiaro.
Fine dei nostri interventi di ridimensionamento.

Giorno della gara
Mio figlio vuole vestirsi di tutto punto, con tanto di camicia e papillon.
Vuole farsi bello per quando salirà sul palco a ritirare il premio.
Lo lascio fare, con un'immensa tenerezza nei suoi confronti: non sono certa quanto lui che vincerà (anzi!) e mi si scioglie il cuore di fronte a tanta spensieratezza e ingenua convinzione.

Epilogo
Mio figlio vince classificandosi tra i primi tre.
La sera lo metto a letto. Con la massima serenità mi dice:
- Coglioni
- cosa?
- Siete due coglioni
- perché?
- Mi avete smontato. Mi avete impaurito
- impaurito?
- Sì, cominciavo ad avere paura che non avrei vinto. Oggi ero agitato perché pensavo: non vincerò mai, non vincerò mai!
- e se non vincevi che succedeva?
- Niente
- davvero?
- Un po' mi dispiaceva, però la mia Fabrika è bella perciò erano loro che avevano sbagliato.



È bastato questo breve scambio (che si è concluso con il mio doveroso silenzio) per farmi capire tante cose.

Il nostro “non sempre si può vincere” è stato da lui tradotto in “non vincerai”: essenziali i bambini, vanno al nocciolo della questione e al di là della forma.

Volevamo tutelarlo, ma di fatto lo abbiamo indotto a preoccuparsi, agitarsi e a dubitare di se stesso: difficile per i bambini credere in loro stessi se non sentono l'appoggio dei genitori.

Se avesse perso si sarebbe ovviamente dispiaciuto; la sua delusione sarebbe stata meno intensa perché lo avevamo preparato? Col senno del poi ne dubito: il dispiacere non si può quantificare.

Se avesse perso avrebbe continuato a pensare che la sua Fabrika, la sua creazione, era ben fatta, al di là dell'idea dei giudici: una sana dose di autostima che non si lascia abbattere dal giudizio esterno. Insomma, le sue costruzioni sono belle, punto.
Lineare e semplice come sa esserlo il pensiero di ogni bambino.

Ben più articolato, intricato, incasinato è lo stile di pensiero degli adulti.
Noi ci fasciamo la testa prima del dovuto,
voliamo basso per paura della caduta,
ci ridimensioniamo in virtù di un possibile fallimento,
così da non farci cogliere impreparati dalle sconfitte della vita.
Lo facciamo per non dispiacerci troppo, o almeno questo ci raccontiamo.
La verità è che se qualcosa ci sta a cuore ci dispiace comunque, nonostante i “preparativi”.
E se non ci dispiace è solo perché non ci interessava poi tanto.

Ma intanto camminiamo verso la meta con l'idea che qualcosa potrebbe andare storto (per insicurezza, pessimismo, scaramanzia, perché “chi si loda si sbroda”, “vola basso che è meglio”, “chi ti credi di essere?”...), e non riusciamo a dedicarci a ciò che ci interessa con entusiasmo, grinta e convinzione, dandoci per potenziali sconfitti già in partenza.
Investiamo in noi stessi ma a piccole dosi, senza crederci troppo, cautamente.

Ci comportiamo come se stessimo viaggiando a bordo di un'auto con poco carburante: ci diamo al risparmio energetico per paura di restare a secco, quando basterebbe fare un bel pieno di benzina-ottimismo-fiducia-in-noi-stessi  per correre veloci tanto quanto è nelle nostre possibilità.

I bambini, loro sì che sanno correre veloci.
E sanno farlo con gioia e spensieratezza.
Corrono senza preoccuparsi di ciò che verrà.
Corrono per il piacere di correre.
Prima o poi si imbatteranno in un ostacolo che arresterà la loro corsa.
Non sarà piacevole, protesteranno, si arrabbieranno, magari piangeranno.
Ma il bello dell'infanzia è che ogni cosa, bella o brutta che sia, dura un attimo.
Poi arriva l'attimo successivo, e la corsa riprende.

Impariamo a correre come loro.
Impariamo da loro.