Prologo
Mio figlio, 10 anni, una passione smodata per i Lego, decide di partecipare ad una gara per piccoli costruttori, convinto di vincere.
Noi, genitori previdenti e disincantati, pensiamo di “preparalo” per rendere l'eventuale delusione meno amara. Gli diciamo:
- Non sempre si può vincere
- ma se non vinco che gusto c'è?
- L'importante è divertirsi
- io mi diverto se vinco
- Sarete in molti
- ma la mia costruzione è bella
… e avanti così.
Finché, al nostro ennesimo avvertimento, lui ci dice:
- smettetela di infrangere i miei sogni infantili!
Testuali parole. Il messaggio è chiaro.
Fine dei nostri interventi di ridimensionamento.
Giorno della gara
Mio figlio vuole vestirsi di tutto punto, con tanto di camicia e papillon.
Vuole farsi bello per quando salirà sul palco a ritirare il premio.
Lo lascio fare, con un'immensa tenerezza nei suoi confronti: non sono certa quanto lui che vincerà (anzi!) e mi si scioglie il cuore di fronte a tanta spensieratezza e ingenua convinzione.
Epilogo
Mio figlio vince classificandosi tra i primi tre.
La sera lo metto a letto. Con la massima serenità mi dice:
- Coglioni
- cosa?
- Siete due coglioni
- perché?
- Mi avete smontato. Mi avete impaurito
- impaurito?
- Sì, cominciavo ad avere paura che non avrei vinto. Oggi ero agitato perché pensavo: non vincerò mai, non vincerò mai!
- e se non vincevi che succedeva?
- Niente
- davvero?
- Un po' mi dispiaceva, però la mia Fabrika è bella perciò erano loro che avevano sbagliato.
È bastato questo breve scambio (che si è concluso con il mio doveroso silenzio) per farmi capire tante cose.
Il nostro “non sempre si può vincere” è stato da lui tradotto in “non vincerai”: essenziali i bambini, vanno al nocciolo della questione e al di là della forma.
Volevamo tutelarlo, ma di fatto lo abbiamo indotto a preoccuparsi, agitarsi e a dubitare di se stesso: difficile per i bambini credere in loro stessi se non sentono l'appoggio dei genitori.
Se avesse perso si sarebbe ovviamente dispiaciuto; la sua delusione sarebbe stata meno intensa perché lo avevamo preparato? Col senno del poi ne dubito: il dispiacere non si può quantificare.
Se avesse perso avrebbe continuato a pensare che la sua Fabrika, la sua creazione, era ben fatta, al di là dell'idea dei giudici: una sana dose di autostima che non si lascia abbattere dal giudizio esterno. Insomma, le sue costruzioni sono belle, punto.
Lineare e semplice come sa esserlo il pensiero di ogni bambino.
Ben più articolato, intricato, incasinato è lo stile di pensiero degli adulti.
Noi ci fasciamo la testa prima del dovuto,
voliamo basso per paura della caduta,
ci ridimensioniamo in virtù di un possibile fallimento,
così da non farci cogliere impreparati dalle sconfitte della vita.
Lo facciamo per non dispiacerci troppo, o almeno questo ci raccontiamo.
La verità è che se qualcosa ci sta a cuore ci dispiace comunque, nonostante i “preparativi”.
E se non ci dispiace è solo perché non ci interessava poi tanto.
Ma intanto camminiamo verso la meta con l'idea che qualcosa potrebbe andare storto (per insicurezza, pessimismo, scaramanzia, perché “chi si loda si sbroda”, “vola basso che è meglio”, “chi ti credi di essere?”...), e non riusciamo a dedicarci a ciò che ci interessa con entusiasmo, grinta e convinzione, dandoci per potenziali sconfitti già in partenza.
Investiamo in noi stessi ma a piccole dosi, senza crederci troppo, cautamente.
Ci comportiamo come se stessimo viaggiando a bordo di un'auto con poco carburante: ci diamo al risparmio energetico per paura di restare a secco, quando basterebbe fare un bel pieno di benzina-ottimismo-fiducia-in-noi-stessi per correre veloci tanto quanto è nelle nostre possibilità.
I bambini, loro sì che sanno correre veloci.
E sanno farlo con gioia e spensieratezza.
Corrono senza preoccuparsi di ciò che verrà.
Corrono per il piacere di correre.
Prima o poi si imbatteranno in un ostacolo che arresterà la loro corsa.
Non sarà piacevole, protesteranno, si arrabbieranno, magari piangeranno.
Ma il bello dell'infanzia è che ogni cosa, bella o brutta che sia, dura un attimo.
Poi arriva l'attimo successivo, e la corsa riprende.
Impariamo a correre come loro.
Impariamo da loro.

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