Uno degli aspetti più belli del mio
lavoro è che mi rafforza continuamente nella capacità di non
giudicare.
Essere partecipe delle vite delle
persone, accoglierle ascoltando le loro esperienze, i vissuti, i
dolori, le fragilità e le paure, non può che ricordarmi ogni volta
e la volta dopo ancora che ogni scelta, ogni “errore”, ha una sua
storia e porta conseguenze di cui si paga lo scotto.
Sospendere il giudizio diventa allora
una forma mentis inevitabile.
Perché ognuno vede il mondo, gli altri
e se stesso attraverso i suoi occhi.
Perché gli occhi sono tutti diversi
tra loro e colgono aspetti diversi della realtà.
Perché parte della realtà di ognuno è
un'eredità antica che non si è avuto modo di scegliere.
Perché parte della realtà di ognuno è
legata ad avvenimenti recenti che non si è potuto scegliere.
Perché la realtà di ognuno è unica e
irripetibile, e talvolta può essere estremamente dolorosa.
Posso non condividere alcune scelte, ma
so che sono la minima parte di una realtà vasta, articolata e
complessa che non ho vissuto, che non posso comprendere, che non ho
il diritto di giudicare.
Non ce l'ho io, né come professionista
né come persona.
Non ce l'ha nessuno, o almeno nessuno
dovrebbe averlo.

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