giovedì 16 agosto 2018

BUONI E CATTIVI: XAVIER E MAGNETO











Mio figlio: quel bambino è cattivo!
Io: non esistono bambini cattivi
Mio figlio: e invece sì!! Mi ha preso in giro davanti a tutti!
Io: si è comportato male, ma non vuol dire che sia cattivo, e poi magari voleva solo scherzare
Mio figlio: ok, però gli adulti cattivi esistono, come quelli che picchiano e uccidono

È cominciata così una recente discussione tra me e mio figlio su buoni e cattivi.
Approfittando del nostro condiviso amore per i film fantastici e di avventura, gli ho spiegato il mio punto di vista parlando di Xavier e Magneto, gli eterni amici-nemici della saga degli X-men.
Sul fatto che alcuni comportamenti siano indiscutibilmente sbagliati e inammissibili eravamo d'accordo, ma commettere atti cattivi vuol dire essere cattivi?

Prendiamo Xavier: personaggio buono e positivo, crede che la convivenza tra esseri diversi sia possibile e realizzabile attraverso il rispetto reciproco, la cooperazione e il dialogo.
Sul fronte opposto c'è Magneto, che inneggia alla superiorità dei mutanti e non esita a spargere sangue in difesa dei loro diritti.

Insomma, due personaggi contrapposti, così come diverse sono lo loro storie.





Xavier è probabilmente cresciuto in un contesto protettivo e amorevole.
Dalla spontaneità con cui da bambino accoglie la piccola Mystica in casa si può dedurre che la sua diversità è stata vissuta da lui e dai suoi familiari con accoglienza e rispetto.
È ricco e con ogni probabilità non ha dovuto faticare molto nella vita, ma ciò non toglie nulla alla sua generosità: metterà a disposizione la sua prestigiosa residenza e il suo denaro per creare una scuola dove aiutare i giovani mutanti.
È di certo un esempio di altruismo e positività.







Magneto fin da bambino ha conosciuto il dramma dei lager.
Hanno ucciso la madre davanti ai suoi occhi.
Crescendo ha rincorso la vendetta.
Ha poi cercato di ritrovarsi: sposato e padre di una bambina, per anni ha condotto una vita defilata e serena, fino al giorno in cui per salvare la vita di un uomo ha fatto ricorso ai suoi poteri, smascherandosi.
Non ha ricevuto un grazie per questo, anzi: gli uomini sono andati a cercarlo e, seppur involontariamente, hanno ucciso la sua famiglia... di nuovo... anni addietro aveva visto morire la madre, ora vede morire la moglie e la figlia.
È stato vittima e diventa carnefice: finito in un lager in nome di un pensiero delirante che inneggia alla supremazia della razza pura, sarà poi lui stesso a farsi promotore di quell'aberrante pensiero: la supremazia dei mutanti sui meno evoluti esseri umani.
Magneto si perde e si ritrova continuamente, si scontra con Xavier eppure lo ama, lo attacca e poi lo difende, è in perenne lotta innanzitutto con se stesso.

Di atti sbagliati ne commette molti, ma può essere definito un uomo cattivo?

Una cosa è certa: è molto più facile essere buoni quando si è Xavier, cresciuto tra gli agi e l'amore, piuttosto che quando si è Magneto, che ha conosciuto fin da piccolo la brutalità dell'odio e dell'ingiustizia.

Se ogni atto cattivo è intrinsecamente sbagliato e facilmente condannabile, ben più complessa è la storia che l'ha preceduto, e sebbene la storia non possa giustificarlo, può tuttavia far riflettere sul perché, sul come e sul cosa può spingere un uomo a commettere certe azioni.
Si può allora condannare l'atto e al contempo comprendere la persona, e dalla comprensione può nascere il perdono, degli altri e anche di noi stessi... perché nel nostro piccolo siamo tutti un po' cattivi.

“Cattivo” deriva dal latino “captivus” che vuol dire prigioniero.
Non siamo a volte tutti noi prigionieri di noi stessi?
Dei nostri malumori, delle ansie, le paure, le aspettative, i rancori, le brame, le delusioni...
Ed è proprio quando stiamo male che possiamo diventare “cattivi” e comportarci di conseguenza.
Comprendere il perché delle nostre cattive azioni può aiutarci a perdonarci e a spronarci verso il cambiamento.

Siamo tutti un po' simili a Magneto, in eterna lotta tra bene e male, e in ognuno di noi c'è anche un potenziale Xavier, pronto ad accogliere ed accoglierci con generosità, altruismo e compassione.

O almeno io la penso così... mio figlio invece resta ancora un po' scettico! 😅



sabato 27 gennaio 2018

ATTENTO: QUEL CHE PENSI POTREBBE REALIZZARSI!





In psicologia si parla spesso di profezia che si auto-avvera.

Si tratta di un insieme di meccanismi mentali, che riguardano sia la tendenza a selezionare le informazioni che confermano le proprie idee, sia l'atteggiamento personale con cui ci si approccia alle situazioni, che fanno in modo che le aspettative si avverino.

In pratica: se sono convinto che qualcuno ce l'ha con me, noterò prevalentemente o quasi esclusivamente i suoi atteggiamenti freddi o scostanti, o che io percepisco come tali.
Non solo: l'idea che ho dell'altro condiziona il mio modo di relazionarmi a lui, per cui magari sono io che mi pongo in modo poco amichevole, suscitando nell'altro proprio le risposte che mi aspetto.

Possiamo fare previsioni negative che poi si avverano anche nei nostri confronti.

Ricordo che ai tempi dell'università, in procinto di affrontare un esame ero molto preoccupata circa un argomento che mi metteva in difficoltà.
Il giorno dell'esame, la docente mi propose di esporre un tema a mia scelta, e fui proprio io a proporre l'argomento che tanto temevo! Insomma, un auto-boicottaggio in piena regola.
Cos'era successo? Ero talmente concentrata sul tanto temuto argomento che, sul momento, fu il primo pensiero a venirmi in mente, visto che ormai aveva “occupato” tutto il mio spazio mentale.

Oggi sorrido a quel ricordo, ma allora rimasi sconcertata, non riuscendo a credere alle mie stesse parole; fu comunque una prova tangibile del grande potere della mente.

Un potere che può essere usato a proprio vantaggio, perché se è vero che possiamo condizionarci in senso negativo, è altrettanto vero che possiamo farlo anche in modo positivo.

Un atteggiamento propositivo e ottimistico verso la vita incrementa le possibilità di veder realizzati i propri desideri... e viceversa.

Se mi aspetto un fallimento, demordo, mi spavento, tentenno, con ogni probabilità il fallimento arriverà.

Se mi aspetto di avere successo, mi applico con vigore ed energia a ciò che sto facendo, mi motivo, mi sprono a darmi da fare, con ogni probabilità il successo arriverà.

Inutile dire che se penso positivo ma non faccio nulla e non mi applico, ci vorrebbe  un miracolo per vedere realizzati i miei progetti.

Ma con il giusto mix di realismo, concretezza, ottimismo e fiducia si possono ottenere grandi risultati.

Viceversa, si può scegliere il classico atteggiamento di chi si fascia la testa ancora prima che si rompa, aspettando con angoscia l'evento che procurerà il tanto temuto trauma cranico... che arrivi o meno a quel punto poco importa, visto che intanto ho già speso il mio tempo e le mie energie a preoccuparmi ed angosciarmi.

Ne vale la pena?

giovedì 7 dicembre 2017

La morte: come e perché affrontare questo argomento con i bambini



La morte è uno degli argomenti più difficili da trattare con i bambini.
Si teme che non capiranno, che soffriranno, e spesso si preferisce tacere o nascondere.
Il problema è che, seppur nel desiderio di tutelarli, si rischia di peggiorare la situazione non fornendo spiegazioni.

La perdita di una persona cara crea comprensibilmente dolore e tristezza, e sebbene si tenti di dissimularle, è certo che un bambino, vista la forte ricettività emotiva che caratterizza l'infanzia, si accorgerà comunque che qualcosa non va.

lunedì 4 dicembre 2017

La violenza psicologica




Lei è appena uscita da una storia che l'ha fatta a pezzi.
Ora sta cercando di rimettere insieme i cocci.
È l'anima che si è frantumata un po' alla volta, smantellata da quello che le sembrava amore.
Ora sa che non lo era.
Ora sa che non ti ama chi ti fa vergognare di te stessa.
Non ti ama chi ti svilisce e ti mortifica.
Non ti ama chi ti rende insicura e impaurita.
Non ti ama chi ti umilia.
Non ti ama chi ti vuole sottomettere.
Non ti ama chi ti dice che non vali nulla.
Non ti ama chi ti dice di tollerarti nonostante la brutta persona che sei e che per questo dovresti essergli grata.
Non ti ama chi ti dice di amarti e ti ostacola nell'amare te stessa.

Le parole possono essere spade che trafiggono o piccole gocce di veleno che un po' alla volta ti annientano.
Le parole possono essere veicolo di violenza, una violenza subdola che  non lascia lividi sul corpo, una violenza che viene camuffata, ritrattata, giustificata, ridimensionata, minimizzata.
Lei l'ha accettata per anni, per anni ha creduto a quelle parole, smettendo un po' alla volta di credere in se stessa e sentendosi sempre più sbagliata.

Poi è arrivata la violenza fisica, quella eclatante e inequivocabile, quella fatta di spinte e di schiaffi.
La violenza fisica lo ha smascherato, mostrandolo in tutta la sua meschinità.
La violenza fisica le ha fatto aprire gli occhi e lei ha trovato la forza di abbandonarlo.
Ora vuole rimettere insieme se stessa.
Ce la farà.
Ce la farà perché quando ha sentito di toccare il fondo ha saputo dire basta.
Ce la farà perché è più forte di quanto lei stessa non creda.
Ce la farà perché ha capito che se tutto questo è successo è perché anche lei lo ha permesso.
La sua non è una ammissione di colpa ma una presa di responsabilità.
Riconosce la sua parte di responsabilità e si dà potere: il potere di tornare a credere in se stessa, il potere di amarsi e di fare in modo che tutto ciò non accada mai più.

Lei ce l'ha fatta.
E auguro a ogni donna di farcela.
Di farcela ancora prima di arrivare alla violenza fisica.
Di dire no alla violenza psicologica, che ti logora un po' alla volta ma inesorabilmente, che ti sbriciola l'anima a piccole dosi, che ti confonde, ti svilisce, ti annulla.

Auguro ad ogni donna vittima di violenza di trovare la forza e il coraggio di ribellarsi, di dire basta, di riappropriarsi di se stessa e di riprendersi in mano l'esistenza.

(In ricordo di una donna che mi ha fatto l'onore di condividere con me un suo pezzo di vita)

I bambini: Maestri di vita



Prologo
Mio figlio, 10 anni, una passione smodata per i Lego, decide di partecipare  ad una gara per piccoli costruttori, convinto di vincere.
Noi, genitori previdenti e disincantati, pensiamo di “preparalo” per rendere l'eventuale delusione meno amara. Gli diciamo:
- Non sempre si può vincere
- ma se non vinco che gusto c'è?
- L'importante è divertirsi
- io mi diverto se vinco
- Sarete in molti
- ma la mia costruzione è bella
… e avanti così.
Finché, al nostro ennesimo avvertimento, lui ci dice:
- smettetela di infrangere i miei sogni infantili!
Testuali parole. Il messaggio è chiaro.
Fine dei nostri interventi di ridimensionamento.

Giorno della gara
Mio figlio vuole vestirsi di tutto punto, con tanto di camicia e papillon.
Vuole farsi bello per quando salirà sul palco a ritirare il premio.
Lo lascio fare, con un'immensa tenerezza nei suoi confronti: non sono certa quanto lui che vincerà (anzi!) e mi si scioglie il cuore di fronte a tanta spensieratezza e ingenua convinzione.

Epilogo
Mio figlio vince classificandosi tra i primi tre.
La sera lo metto a letto. Con la massima serenità mi dice:
- Coglioni
- cosa?
- Siete due coglioni
- perché?
- Mi avete smontato. Mi avete impaurito
- impaurito?
- Sì, cominciavo ad avere paura che non avrei vinto. Oggi ero agitato perché pensavo: non vincerò mai, non vincerò mai!
- e se non vincevi che succedeva?
- Niente
- davvero?
- Un po' mi dispiaceva, però la mia Fabrika è bella perciò erano loro che avevano sbagliato.



È bastato questo breve scambio (che si è concluso con il mio doveroso silenzio) per farmi capire tante cose.

Il nostro “non sempre si può vincere” è stato da lui tradotto in “non vincerai”: essenziali i bambini, vanno al nocciolo della questione e al di là della forma.

Volevamo tutelarlo, ma di fatto lo abbiamo indotto a preoccuparsi, agitarsi e a dubitare di se stesso: difficile per i bambini credere in loro stessi se non sentono l'appoggio dei genitori.

Se avesse perso si sarebbe ovviamente dispiaciuto; la sua delusione sarebbe stata meno intensa perché lo avevamo preparato? Col senno del poi ne dubito: il dispiacere non si può quantificare.

Se avesse perso avrebbe continuato a pensare che la sua Fabrika, la sua creazione, era ben fatta, al di là dell'idea dei giudici: una sana dose di autostima che non si lascia abbattere dal giudizio esterno. Insomma, le sue costruzioni sono belle, punto.
Lineare e semplice come sa esserlo il pensiero di ogni bambino.

Ben più articolato, intricato, incasinato è lo stile di pensiero degli adulti.
Noi ci fasciamo la testa prima del dovuto,
voliamo basso per paura della caduta,
ci ridimensioniamo in virtù di un possibile fallimento,
così da non farci cogliere impreparati dalle sconfitte della vita.
Lo facciamo per non dispiacerci troppo, o almeno questo ci raccontiamo.
La verità è che se qualcosa ci sta a cuore ci dispiace comunque, nonostante i “preparativi”.
E se non ci dispiace è solo perché non ci interessava poi tanto.

Ma intanto camminiamo verso la meta con l'idea che qualcosa potrebbe andare storto (per insicurezza, pessimismo, scaramanzia, perché “chi si loda si sbroda”, “vola basso che è meglio”, “chi ti credi di essere?”...), e non riusciamo a dedicarci a ciò che ci interessa con entusiasmo, grinta e convinzione, dandoci per potenziali sconfitti già in partenza.
Investiamo in noi stessi ma a piccole dosi, senza crederci troppo, cautamente.

Ci comportiamo come se stessimo viaggiando a bordo di un'auto con poco carburante: ci diamo al risparmio energetico per paura di restare a secco, quando basterebbe fare un bel pieno di benzina-ottimismo-fiducia-in-noi-stessi  per correre veloci tanto quanto è nelle nostre possibilità.

I bambini, loro sì che sanno correre veloci.
E sanno farlo con gioia e spensieratezza.
Corrono senza preoccuparsi di ciò che verrà.
Corrono per il piacere di correre.
Prima o poi si imbatteranno in un ostacolo che arresterà la loro corsa.
Non sarà piacevole, protesteranno, si arrabbieranno, magari piangeranno.
Ma il bello dell'infanzia è che ogni cosa, bella o brutta che sia, dura un attimo.
Poi arriva l'attimo successivo, e la corsa riprende.

Impariamo a correre come loro.
Impariamo da loro.





giovedì 23 novembre 2017

NON GIUDICARE



Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che mi rafforza continuamente nella capacità di non giudicare.
Essere partecipe delle vite delle persone, accoglierle ascoltando le loro esperienze, i vissuti, i dolori, le fragilità e le paure, non può che ricordarmi ogni volta e la volta dopo ancora che ogni scelta, ogni “errore”, ha una sua storia e porta conseguenze di cui si paga lo scotto.

Sospendere il giudizio diventa allora una forma mentis inevitabile.

Perché ognuno vede il mondo, gli altri e se stesso attraverso i suoi occhi.
Perché gli occhi sono tutti diversi tra loro e colgono aspetti diversi della realtà.
Perché parte della realtà di ognuno è un'eredità antica che non si è avuto modo di scegliere.
Perché parte della realtà di ognuno è legata ad avvenimenti recenti che non si è potuto scegliere.
Perché la realtà di ognuno è unica e irripetibile, e talvolta può essere estremamente dolorosa.


Posso non condividere alcune scelte, ma so che sono la minima parte di una realtà vasta, articolata e complessa che non ho vissuto, che non posso comprendere, che non ho il diritto di giudicare.
Non ce l'ho io, né come professionista né come persona.
Non ce l'ha nessuno, o almeno nessuno dovrebbe averlo.

mercoledì 15 novembre 2017

Pillole di A.T. - Gli Stati dell'Io





Sono in macchina e sto guidando.
Guardo la strada, sono rilassato e al contempo attento e concentrato sulla guida: penso, sento e agisco in modo coerente con la situazione in atto.
Sono nello Stato dell'Io Adulto.

Ad un incrocio una donna al volante dell'auto non mi dà la precedenza. Freno bruscamente per evitare lo scontro. Un attimo dopo mi arrabbio e con tono critico comincio ad inveire contro le donne, che sono tutte distratte, imbranate e incapaci di guidare come si deve. Sto dando voce ad una serie di pregiudizi che più volte ho ascoltato da bambino dai miei genitori, probabilmente da mio padre in particolare: sento, penso e mi comporto come ho visto/sentito fare dai lui durante la mia infanzia.
Sono nello Stato dell'Io Genitore.

Guardo l'ora e mi accorgo che è tardi, mi sento molto preoccupato all'idea che il mio superiore si arrabbierà con me e mi dirà che sono inaffidabile: sento, penso e mi comporto come facevo da bambino quando mi capitava di fare tardi e qualcuno mi sgridava per questo.
Sono nello Stato dell'Io Bambino.

Nell'arco di poco tempo la mia energia psichica ed emozionale si è spostata da uno Stato dell'Io all'altro, condizionando il mio comportamento e il mio modo di percepire la situazione attuale.
Questo avviene continuamente ogni giorno.

Gli Stati dell'Io sono “un insieme coerente di pensieri, sentimenti ed esperienze direttamente correlate ad un insieme coerente di modelli di comportamento”; Eric Berne, fondatore e padre dell'Analisi Transazionale, li ha raggruppati in tre grossi insiemi chiaramente distinti e osservabili:
lo Stato dell'Io Genitore (G)
lo Stato dell'Io Adulto (A)
lo Stato dell'Io Bambino (B)

Di per sé ogni Stato dell'Io è funzionale alla persona: il Genitore con le sue regole e i suoi insegnamenti dà direzione e sa essere protettivo, l'A analizza la situazione in tempo reale, il B sa quando è bene adattarsi al contesto e sa anche essere libero e spontaneo all'occorrenza.

I problemi subentrano quando:
- la persona funziona esclusivamente con uno o due Stati dell'Io ed energizza solo raramente il terzo, ad esempio si dedica molto al lavoro e non si ritaglia tempo per hobby e svaghi né è capace di godere spontaneamente dei momenti di divertimento (esclusione del B)
- la persona utilizza informazioni non corrette come dati di realtà, ovvero il suo A prende per buoni i dati provenienti dal G o dal B sebbene non siano coerenti con la situazione attuale, ad esempio a fronte di un piccolo errore va nel panico, si sente un incapace e si attende conseguenze catastrofiche (contaminazione dell'A da parte del B).

L'ideale è saper agire nel presente in modo appropriato ed efficace, integrando nell'A sia gli insegnamenti introiettati nel nostro G sia le esperienze vissute e contenute nel nostro B.

Questo è uno degli aspetti principali di cui si occupa l'analista transazionale.