giovedì 5 ottobre 2017

Le dipendenze: conoscerle per superarle






Che alcune sostanze come droghe, sigarette, alcool, caffè possano indurre una dipendenza è ben risaputo.

Tuttavia, anche alcuni comportamenti apparentemente innocui possono innescare delle dipendenze, spesso al di là della propria consapevolezza; tra questi: guardare la TV, giocare al computer, mangiare.

Il più delle volte, la loro connotazione compulsiva non viene riconosciuta, e ci si inganna con pensieri del tipo “che male c'è? Lo fanno tutti”, “voglio solo rilassarmi”, “mi aiuta a stare bene”.

È quindi utile, al fine di riuscire ad inquadrare un comportamento come legato ad una compulsione, conoscere il meccanismo che caratterizza la dipendenza, che può essere così sintetizzato:

  1. di fronte ad un dolore o più semplicemente ad un disagio, attuo un comportamento volto a sfuggire la fonte del disagio stesso e a ripristinare uno stato di benessere, ad esempio mangiare, oppure “staccare” con la mente tenendola impegnata in attività tipo guardare la TV o giocare con il tablet;
  2. lo stato di benessere così raggiunto è però fittizio e poco durevole e il senso di disagio torna in breve tempo;
  3. inoltre, dal momento che intimamente so che il comportamento dipendente mi arreca danno, ogni volta che lo metto in atto finisco poi col sentirmi male, sperimentando sentimenti di colpa, o vergogna, o senso di inefficacia o di mancanza di auto-controllo;
  4. questo senso di inadeguatezza legato al comportamento compulsivo provoca ulteriore disagio, che va a sommarsi al disagio iniziale, e che cerco di superare rimettendo in atto lo stesso comportamento compulsivo... si crea così un circolo vizioso continuo.

Come uscirne?

Il primo passo per spezzare questo circolo vizioso è riconoscerlo e diventarne consapevoli.

È quindi necessario essere presenti a se stessi ed onesti nel riconoscere la compulsività di alcuni comportamenti: va da sé che per risolvere un problema è prima necessario ammetterne l'esistenza.

Occorre poi tenere presente che alcune dipendenze sono difficili da fronteggiare, quindi sebbene la motivazione al cambiamento e alla risoluzione del problema sia il passo successivo, è importante non demoralizzarsi di fronte alle difficoltà che si possono incontrare: un atteggiamento eccessivamente esigente e denigrante rischia di innescare ulteriore disagio e di rafforzare, anziché indebolire, il circolo vizioso della compulsività.

Infine, è stato sottolineato che alla base del comportamento dipendente c'è sempre disagio o sofferenza.

È quindi importante non restare ancorati alla superficie ma risalire a quanto c'è sotto: per usare un'immagine ben nota, il comportamento dipendente è solo la punta dell'iceberg, la parte emergente e visibile di una problematica che ha radici più profonde, che crea sofferenza e di cui la persona potrebbe non essere del tutto cosciente o alla quale cerca di “sfuggire” rifugiandosi nei comportamenti dipendenti.

Laddove si riconosca una difficoltà a risalire al disagio sottostante o a gestirlo in modi funzionali ed efficaci, può essere utile un percorso psicologico volto a intervenire direttamente sul problema che sta alla base della dipendenza comportamentale.

LA FELICITA' E' UN VIAGGIO








Ricordatevi che il tempo non aspetta nessuno.
Allora smettete di aspettare di finire la scuola, di tornare a scuola, di perdere cinque chili, di prendere cinque chili, di avere dei figli, di vederli andare via di casa.
Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di sposarvi, di divorziare.
Smettete di aspettare il venerdì sera, la domenica mattina, di avere una nuova macchina o una casa nuova.
Decidete che non c'è un tempo migliore per essere felici che il momento presente.
La felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio.
Lavorate, come se non aveste bisogno di soldi.
Amate, come se non doveste mai soffrire.
Ballate, come se nessuno vi guardasse.
(D. Ikeda)

L'ELEFANTE INCATENATO di Jorge Bucay







Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali.
Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini.

Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune.
Ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.

Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri.
E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?

Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi.
Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante.
Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato.
Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”.
Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.

Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:
l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto.
Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi.
Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora…

Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare.

Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.

E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.

E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…

Persecutore, Salvatore, Vittima... quale ruolo assumi più spesso?




Capita spesso nei rapporti con gli altri di “giocare” dei ruoli, come fossimo tutti attori di una grande rappresentazione teatrale in cui ognuno interpreta la sua parte.
S. Karpman ha ideato un mezzo per analizzare i giochi: il Triangolo Drammatico, uno schema che illustra come le persone possono adottare e spostarsi tra uno qualsiasi di tre ruoli: il ruolo di Persecutore, quello di Salvatore e il ruolo di Vittima.

Pur trattandosi di uno schema dalle implicazioni piuttosto complesse, cercherò di semplificarlo per renderlo di chiara e semplice lettura.

Un Persecutore è una persona che ha un'alta opinione di sé (almeno in apparenza!) e al contempo svaluta gli altri, che considera inferiori e con cui tende ad essere ipercritico e denigrante; spesso li dirige dicendo loro cosa fare ma lo fa assumendo un atteggiamento supponente, sarcastico, esprimendo giudizi forti e taglienti, talvolta brutali. Può essere il caso di un superiore che non perde occasione per svilire i propri dipendenti, di un genitore che critica continuamente il figlio, di un partner che tratta male l'altro assumendo una posizione svalutante e schiacciante.

Una Vittima tende appunto a vittimizzarsi e ad adattarsi a situazioni penose che le procurano disagio e sofferenza per poi lamentarsi del fatto che gli altri sono la fonte del suo malessere; spesso finge di non essere forte (o può inconsapevolmente negare la propria forza, non riconoscendola) per cui,  ponendosi in una posizione di inferiorità, preferisce delegare gli altri ed evitare di assumersi responsabilità all'interno del rapporto (“dimmi tu che devo fare”).
Una Vittima si imbatte per lo più in un Salvatore, un individuo che ritiene in grado di sostenerla emotivamente e di decidere al posto suo; a volte capita invece che instauri rapporti con un Persecutore, che la conferma nelle sue incompetenze e fragilità.

Un Salvatore si prodiga per gli altri, è di aiuto e di sostegno ma... non è tutto oro quello che brilla! Infatti, come il Persecutore, anche il Salvatore considera gli altri incapaci e inferiori, solo che reagisce offrendo loro aiuto da una posizione di superiorità.
È questo il suo “lato oscuro”: un Salvatore rafforza nell'altro la sua percezione di essere incapace, mantenendolo in una posizione “down” (di inferiorità) e mantenendosi in una posizione “up” (di superiorità); questo gli permette di avere una buona immagine di sé (a dispetto del suo reale sentire) e  di  aspettarsi, addirittura pretendere, crediti di riconoscenza.

Tipicamente il Salvatore offre il suo aiuto senza che ciò venga richiesto, e può risultare invadente e soffocante; agisce in questo modo in parte perché disconosce le competenze dell'altro, ma anche per  rendersi necessario e indispensabile: ciò a cui ambisce è di assicurarsi la stima e l'ammirazione altrui.
Ad esempio, un marito che sopporta pazientemente le insicurezze della moglie e, senza neanche consultarla, si sostituisce a lei andando a fare la spesa al posto suo, sembra esserle di aiuto e di supporto ma di fatto la sta rafforzando nell'idea che è fragile e incapace, non favorisce la sua crescita e autonomia e sta ponendo le basi per un rapporto di tipo dipendente in cui lui assume il ruolo dell'elemento forte e trainante all'interno della coppia.

È la SVALUTAZIONE l'aspetto che caratterizza il Triangolo Drammatico: c'è sempre qualcuno che svaluta l'altro o se stesso.
Un'altra caratteristica  è che i ruoli non sono fissi e benché ci possa essere in ognuno la tendenza ad assumerne più frequentemente uno piuttosto che un altro, nel corso dell'interazione i ruoli cambiano.

Torniamo all'esempio del marito che si dà tanto da fare per la moglie: lei continuerà a percepirsi bisognosa di sostegno e dipendente dal marito, lui potrà continuare a bearsi della sua adorazione e a  percepirsi forte, importante e indispensabile ... fino al giorno in cui la moglie comincerà ad accusare il marito di non essere sufficientemente comprensivo e presente (aumentando la posta in gioco con un'escalation di richieste), oppure lo accuserà di avere fatto scelte sbagliate al posto suo e di cui ora lei paga le conseguenze.
La moglie si è quindi spostata nel ruolo di Persecutore e questo stimola nel marito una cattiva percezione di se stesso: a quel punto sentirà  che, per quanto si sforzi, non è degno di essere amato e apprezzato; dal ruolo di Salvatore passa a quello di Vittima.

Poiché il primo passo in ogni processo di cambiamento è la consapevolezza, un modo per uscire dalle dinamiche del Triangolo Drammatico è innanzitutto riconoscerle, occorre cioè rendersi conto di quando, nelle relazioni, si sta interpretando un ruolo.

Ti è mai capitato di dirti: “Com'è possibile? Mi è successo ancora!! Mi sono nuovamente imbattuto nella stessa situazione”?
Se sì, se noti che nella tua vita si ripetono sequenze relazionali simili tra loro e che sfuggono al tuo controllo, con ogni probabilità si tratta di “giochi”.

Quelli familiari (tra partners o tra genitori e figli) sono molto frequenti e pur procurando emozioni  spiacevoli, che di solito si accompagnano alla sensazione di non essere compresi o apprezzati o al dispiacere e al senso di colpa per avere ferito l'altro, generalmente non compromettono in modo irrimediabile la relazione.
Spesso rappresentano una sorta di canovaccio che rende la relazione conosciuta e ben nota, come a dire “tutto continua ad andare come è sempre andato e, seppur tra alti e bassi, so già come andrà a finire”, quindi sebbene possa sembrare strano, in questo senso i giochi possono essere vissuti come rassicuranti perché fanno sì che la relazione sia prevedibile.
Questo è uno dei molti motivi per cui si continua a giocare nonostante ciò procuri spesso malessere.

Altre volte, tuttavia, i giochi possono diventare causa di forti tensioni e di continui conflitti, soprattutto se si accompagnano ad un'emotività intensa e crescente; in questo caso è bene attivarsi per  superarli: occorre analizzarli, comprenderne le dinamiche e cominciare ad interrogarsi sui motivi che sottostanno all'assunzione dei vari ruoli, che affondano sempre le loro radici nella storia evolutiva della persona (nel suo copione di vita).

L'ideale è arrivare a stabilire relazioni alla pari, in cui ogni individuo riconosce le competenze e le abilità proprie e dell'altro.
In Analisi Transazionali usiamo l'espressione IO SONO OK / TU SEI OK, vale a dire: io vado bene e mi amo così come sono e tu vai bene e sei amabile così come sei.

A scanso di equivoci una nota finale è d'obbligo: qui faccio riferimento ai RUOLI che si assumono durante i giochi relazionali, che sono per definizione inautentici perché basati su preconcetti circa se stessi e gli altri (rientrano cioè nelle decisioni di copione) e non sono legati al qui-e-ora.
Tutto ciò non va confuso con le situazioni  reali, cioè con persone autenticamente persecutorie -come il truffatore che inganna consapevolmente-, o persone realmente vittime di soprusi e ingiustizie, o individui che con genuino interesse per gli altri, vissuti alla pari, offrono il loro soccorso e aiuto.

A chi fosse interessato al concetto di gioco così come è inteso in Analisi Transazionale, suggerisco la lettura del libro “A che gioco giochiamo” di Eric Berne.

Le regole, un dono prezioso per i propri figli







Ogni genitore vorrebbe la gioia e felicità dei propri figli, ed è certo più facile ed agevole accontentarli piuttosto che porre delle limitazioni.

Ma sono le regole, i no, le piccole frustrazioni di tutti i giorni che aiutano i bambini a crescere e a rafforzarsi.

Si possono immaginare le regole come degli argini che delimitano un sentiero, oltre il quale è bene non andare e che offre una direzione.

Tracciando questo sentiero, si permette ai bambini di potersi muovere in sicurezza e tranquillità, sentendosi protetti, seguiti, visti e amati.

Offrire ai propri figli amorevole fermezza, regole alla loro portata e frustrazioni adeguate alla loro età è un dono prezioso; di certo sul momento protesteranno, ma sperimentando la regolazione genitoriale in un contesto amorevole e accogliente come la famiglia, i bambini impareranno gradualmente ad auto-regolarsi e a gestirsi efficacemente anche all'esterno, percependosi forti e capaci.

Perché è spesso tanto difficile capire gli altri e sentirsi capiti?




Immagina due persone sedute una di fronte all'altra.

In base alla propria storia di vita e alle loro esperienze, ognuna sceglie una posizione comoda per  sedersi.
C'è chi preferisce mettersi per terra sopra un morbido cuscino, chi invece si sente a suo agio sopra un alto sgabello.

Tra le due persone è posizionato un grosso cilindro ed entrambi lo guardano e lo descrivono dal loro punto di vista.
Chi è seduto a terra, vede e descrive un rettangolo.
Chi è seduto in alto, vede e descrive un cerchio.

Le due descrizioni non collimano, eppure ognuno è convinto di essere nel giusto e non molla la presa; si finisce con il litigare, sentendosi non capiti e incapaci di capire l'altro.

Chi ha ragione? Entrambi.
Il cilindro è infatti una figura tridimensionale, ma se la si guarda da una sola prospettiva appare come un rettangolo (visuale frontale) o come un cerchio (visuale dall'alto).

Il problema è che in genere le persone sono abbarbicate sul loro personale punto di vista, in cui credono fermamente perché è proprio ciò che vedono; insomma: si litiga in buona fede, volendo difendere la propria visione del mondo, e desiderando che l'altro la condivida.
Ma come può condividerla chi è altrettanto convinto di ciò che vede?
Se, per quanto mi sforzi, vedo solo e soltanto un cerchio, come posso dirti “già, è proprio un rettangolo”, che con il cerchio che ho davanti non c'azzecca nulla?
Non è che ce l'ho con te, è che davvero un cerchio è un cerchio, e il tuo rettangolo non lo vedo proprio!
Anzi, comincio a chiedermi com'è possibile che tu non veda il mio cerchio, e oltre a non capirti mi sento non capito.

Come uscirne? Assumendo il punto di vista dell'altro, guardando il mondo dalla sua prospettiva.

Certo, può non essere facile: significa lasciare andare e allontanarsi dalla posizione a cui si è abituati da tanto tempo, una posizione sicura e confortevole, costruita negli anni e perciò nota e rassicurante.
Ma facendo questo sforzo, si può scoprire che oltre al cerchio c'è davvero un rettangolo (perciò l'altro non aveva poi tutti i torti), e muovendosi intorno alla figura ci si accorge che c'è addirittura di più: un cilindro, che sarebbe stato impossibile vedere stando fermi al proprio posto.

In definitiva, sapersi spostare, decentrarsi e assumere il punto di vista degli altri, ci dona una visione del mondo più ricca e articolata, meno approssimativa e soggettiva, permette addirittura di passare dalle figure piane alla dimensione tridimensionale.

E tutto ciò, oltre a migliorare i rapporti interpersonali, diventa fonte di crescita e di arricchimento personali.